Travel blogger a NY

Come e perché il blog di viaggi ha peggiorato il mio viaggiare

C’è un sacco di gente che quando dici che gestisci un blog di viaggi – che di fatto sei una travel blogger professionista ormai da sei anni – replicano con espressioni di meraviglia e con un poì di invidia. “Beata te che viaggi sempre!” è quella più comune con annessi e connessi come “Bello stare sempre in vacanza…“. Ci sono anche moltissime persone che, attirate dalla possibilità di viaggiare di più e magari “gratis’, decidono perfino di aprirlo un blog di viaggi.

Ok, sulla motivazione di “aprire un blog per viaggiare gratis” non entro perché ne ho già parlato abbastanza qui  e nemmeno cosa significhi “gratis” visto che quando viaggi per lavoro è un po’ diverso da quando lo fai per svago. In ogni caso lo so bene, viaggiare è una di quelle passioni travolgenti che, una volta sperimentata, crea dipendenza e, per fortuna, non tutti quelli che decidono di aprire un travel blog puntano al viaggio gratis e chissenefregadelresto.

Poi, per dire, se ci rifletto bene sono fortunata. E sì, aprire un blog di viaggi mi ha permesso di viaggiare di più di quanto (forse) avrei fatto normalmente. Forse! Però non è sempre “tutto oro quello che luccica”. Ci sono un sacco di retroscena che chi non gestisce un blog di viaggi non conosce proprio, semplicemente perché non sono evidenti, perchè l’unica cosa che si vede è il viaggio e qualche foto a corollario. E riflettendoci ancora meglio io posso dire che aprire un blog di viaggi ha avuto tante ripercussioni sulla mia vita e, tutt’ora, ha un sacco di lati positivi, ma anche qualche aspetto negativo (parecchi?). E soprattutto che diventare travel blogger ha peggiorato il mio modo di viaggiare.

Ci credereste?

Scommetto che qualcuno di voi nel leggere queste parole sta facendo “una faccia strana” ma per me è così. E sfido qualunque blogger professionista – ovvero che gestisce il proprio blog con certe caratteristiche come ho detto qui a dire il contrario. Perché? Ve lo spiego per punti. Vediamo se così ci credete.

Blogger in viaggio - travel blog
Blogger in viaggio – travel blog
Blogging
Blogging

Iper produzione fotografica

Quante foto scattate in viaggio? Tante? Bene, chiedete a un travel blogger quante ne scatta. Io, per dire, quando nemmeno sapevo cosa fosse un blog mi consideravo una “giapponese de noartri” in fatto di fotografie ma ora, e lo dico vergognandomi un po’, ne sono l’upgrade riveduto e corretto. Perchè guai a non avere quell’immagine che poi potrebbe servirti per un post. E sempre meglio esser sicuri di aver scattato bene e, piuttosto, rifare lo scatto. Così i megabyte crescono a dismisura, gli hardisk non sono mai abbastanza e non vi dico il dramma quando – come ci è successo in America – si perde una parte delle immagini. Per non parlare noi dei video, che se un finale non ce l’hanno non si può certo inventarselo e nemmeno le scene che mancano… Ecco, ora immaginatemi pure con gli occhi a mandorla e un hard disk sotto braccio. Tanto quello è.

Sguardo sullo smartphone o penna in mano

Se viaggi per lavoro oltre che per passione devi tener presente che ciò che vivrai si dovrà trasformare in racconti per condividere la tua esperienza con coloro che, magari proprio ispirati dalle tue fotografie, vorranno fare la stessa cosa. E allora non puoi improvvisare, almeno non se metti al centro i tuoi lettori (altra cosa che dovrebbe fare un travel blogger n.d.r.).

Questo però significa che se prima di diventare una travel blogger mi preparavo prima di un viaggio, studiando guide e racconti, ora continuo a farlo ma, in più, durante il viaggio mi segno indicazioni e informazioni che, credo, potrebbero essere utili a chi mi segue, magari andandomele a cercare apposta. Questo però si traduce in prendere appunti, almeno per me che non ho certo una memoria da Rain Man, sullo smartphone o su quaderni vari, da riportare poi all’interno dei miei articoli. Di fatto questo però vuol dire che mentre sei lì, magari in un posto meraviglioso, tiri fuori il tuo taccuino cartaceo o elettronico e scrivi, alienandoti dal momento. E scrivere, per dire, mi piace, però prima lo facevo a posteriori, con calma e nemmeno sempre, adesso lo devo fare live, perché altrimenti mi scordo tutto. Sarà la vecchiaia? Ok, allora immaginatemi pure vecchia e col taccuino in mano, that’s it!

Travel blogger col telefono sempre in mano
Travel blogger col telefono sempre in mano
Nei blogtour l'attenzione spesso cade sui particolari
Blogger al lavoro

Iperconnessione

Io, come la maggior parte dei travel blogger che conosco, sono connessa sempre. E quando dico sempre intendo proprio sempre. Perché per gestire un blog di viaggi in modo professionale non basta bloggare, eh no, bisogna essere sui social e condividere la propria esperienza di viaggio, qualunque essa sia. Così il tramonto mozzafiato diventa una Stories su Instagram, il cibo si fredda nel piatto mentre viene inviato il tweet e le notifiche fanno bling anche in mezzo alla foresta di notte, perchè guai a non rispondere ai commenti della Community. E si finisce per essere connessi sempre e ovunque, con uno smartphone che diventa un pezzo di te e la testa che, forse, non è mai veramente lì. Ok, a questo punto siete autorizzati a immaginarmi con un braccio bionico e uno smartphone attaccato! 😉

Schizofrenia da wifi

Collegato al punto precedente c’è il WiFi. Se penso che, ben prima di aprire il blog, ho passato due settimane in Botswana essendo, di fatto, irraggiungibile per buona parte del tempo, mi viene un po’ il magone. Ora è impossibile. Personalmente mi sento una drogata di WiFi, lo cerco come fa il rabdomante con l’acqua, lo seguo come il predatore con la sua preda, lo aspetto come la pioggia nel deserto. E quando non c’è sklero. Sì perchè bello poter lavorare ovunque, essere, almeno in parte, nomadi digitali, ma esserlo significa che devi davvorare davvero. E per lavorare ahimè, ti serve il Santo WiFi. Anche in viaggio. Sempre. E le madonne – quelle con la M piccola – volano quando la tanto sperata connessione non c’è. Ecco, allora io il Botswana lo rimpiango un po’ mentre col computer sulle gambe cerco “il posto dove il segnale prende meglio“…

Lavoro senza nessuno stacco

Andare in vacanza significa staccare dal lavoro. Giusto? Rilassarsi, riposare il corpo ma ancora di più la testa, staccare al spina dai pensieri e ritrovarli solo una volta a casa. Siete d’accordo? Ecco ma cosa succede se viaggiare è parte del tuo lavoro? Se in viaggio sei un professionista della comunicazione oltre che un “semplice” viaggiatore? Succede che di fatto non stacchi mai. Che non esistono le vacanze. Perchè, di fatto, lavori sempre. Certo, potremmo discutere per ore se sia meglio lavorare ad una scrivania o davanti al famoso tramonto tropicale ma la sostanza a parer mio non cambia: non hai mai uno stacco vero dal tuo lavoro. Che per altro ti sei scelto e ti piace, per carità, però ogni tanto un po’ di riposo (e di stacco) non farebbe male. E invece no. Non puoi, the show must go on. Anche quando semplicemente aneli a una pausa, anche quando hai le occhiaie da panda e ti escono le parole dalle orecchie. Bella immagine, vero?

Detto questo (tutto questo) non mi lamento. Questa è la vita che mi sono scelta e che, per ora, mi calza. Poi si vedrà. Di certo però un cambiamento c’è stato e non (solo) in meglio. Il gioco vale la candela? Non lo so, ognuno deve rispondere per sè, quello che so è che, quando mi sento dire “Allora hai finito di stare in vacanza…“. Ehm… Non è proprio così… 😉

Francesca Taioli

Francesca Taioli

Inseguo sogni, guardo le nuvole, divoro pizza e mi meraviglio del mondo. #traveller #mum #dreamer