Gli aeroplani di Linate e i miei sogni

C’è un ricordo della mia infanzia che mi è rimasto addosso come un tatuaggio: gli aeroplani. Non è legato al mio primo viaggio in aereo però, quello l’ho fatto che ero ormai più che maggiorenne. Gli aeroplani dei miei ricordi sono quelli dell’Aeroporto di Linate nelle sere d’estate. Se chiudo gli occhi anche oggi mi pare di averli ancora davanti agli occhi, su quel nastro d’asfalto scuro. E io torno bambina, lì ferma a guardarli, sognando di poterci salire e andare chissà dove.

[cml_media_alt id='6694']Linate - Quando si varcano le soglie dell'aeroporto[/cml_media_alt]
Linate – Quando si varcano le soglie dell’aeroporto
All’aeroporto di Linate ci andavo insieme a mio papà, in quelle serate d’agosto così calde che era impossibile addormentarsi. Quando ero piccola infatti noi si partiva per le vacanze sempre a settembre, così andava a finire che io trascorrevo l’intero mese di agosto a casa da sola, senza nessuno con cui giocare e in balia di un caldo umido che solo la Pianura Padana sa regalare. La sera poi era il momento peggiore: faceva caldo, c’erano le zanzare che cercavano di banchettare col mio sangue e non c’era niente da fare, nessun amico con cui giocare e ovviamente zero voglia di dormire. Così mio padre ogni tanto mi portava a Linate. Senza nessun motivo preciso, solo così, per prendere il fresco e guardare gli aeroplani. Io e lui insieme.

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Linate – Pronti per la partenza!
In realtà se ci penso non riesco nemmeno a ricordare quante volte l’abbia fatto. Io però ho un ricordo molto chiaro di me dietro alla rete metallica dell’aeroporto a guardare gli aereoplani che si alzavano in volo e a sognare di partire. Avrò avuto sette o otto anni, me ne stavo appoggiata ad una recinzione a guardare gli aerei decollare e atterrare sulla pista, e la mia immaginazione galoppava. Chissà quante cose avevano visto quelle persone chiuse in quelle scatole metalliche con le ali e chissà dove se ne sarebbero andati. Chissà come sarebbe stato salire lì sopra con loro e partire anche io per una destinazione lontana.

[cml_media_alt id='6690']Linate - La cabina di pilotaggio[/cml_media_alt]
Linate – La cabina di pilotaggio
Gli aerei per me erano un’entità quasi mistica. Mio padre di aveva raccontato del suo rocambolesco volo da Milano a Napoli per lavoro, tra vuoti d’aria e sportelli un po’ troppo mobili, ma le nostre vacanze erano rigorosamente in automobile. Lunghissime ore seduta sul sedile posteriore della macchina di famiglia, a leggere, cantare, dormire o ascoltare musica. Si partiva dalla Brianza e si andava sempre più giù, “rotolando verso Sud” come cantava una vecchia canzona: Puglia, Calabria, Campania, erano queste le nostre mete, rigorosamente no-stop perché mio padre tirava dritto fino alla meta, con qualche pausa solo per permettere a me e a mia madre di fare pipì. L’aereo purtroppo non era un’opzione contemplata, troppo costoso il prezzo del biglietto. E così si caricava il bagagliaio e via. Se penso a come è diverso oggi per mio figlio e per i bambini in generale mi viene da sorridere!

[cml_media_alt id='6691']Linate - La fase di recupero bagagli[/cml_media_alt]
Linate – La fase di recupero bagagli
Andare a Linate però era bello. L’aeroporto con le sue luci era affascinante e profumava di promesse e futuro. E poi c’era l’anguria, quella acquistata lungo la strada. Una tettoia di lamiera, un baracchino improvvisato e qualche sedia di plastica ed era subito gioia. Con quella fetta di anguria dolce che pareva essere perfino più buona di un gelato. Com’era facile la felicità: un po’ di frutta zuccherina e il sogno di volare, bastava poco a colorare le mie notti d’estate da bambina.

[cml_media_alt id='6689']Linate - Colazione prima di partire[/cml_media_alt]
Linate – Colazione prima di partire
Anni dopo su uno di quegli aerei ci sono salita davvero. Un volo a corto raggio per andare però un altro continente, l’Africa. Ad aspettarmi c’era la Tunisia con il primo assaggio di una vita da viaggiatrice sulle ali ed io avevo un po’ paura e tenevo stretta la mano del mio compagno di viaggio. Poi ci sono stati gli intercontinentali, quelli dai sedili stretti  in classe economy che alla fine scendi tutta anchilosata, e i voli low-cost, che sei stretta uguale ma per fortuna durano poco. Ci sono stati voli presi per lavoro come se fossero autobus e altri su cui sono salita per scappare lontano. Ho perso il conto di quanti aerei io abbia preso nella mia vita, di quanti ne abbia visti partire e atterrare durante le lunghe attese in aeroporto, con un trolley posato lì vicino. Però quelle sere d’estate illuminate dalle luci di Linate ancora me le ricordo. Forse perché i sogni che fai da bambino ti rimangono appiccicati addosso, proprio come i tatuaggi.

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