Basket a New York

Racconti di viaggio: Il basket (non) è un gioco per vecchi a New York

“Dai, gioca tu! Hai anche le scarpe!” avevo detto io al Compagno di Viaggio al mio fianco che nello zaino custodiva un paio di calzature da basket nuove fiammanti, comprate durante la nostra mattinata di shopping nella Grande Mela. Eravamo al The Cage di New York, uno dei playground più famosi della città, dove una partita era appena terminata e un’altra stava per iniziare. Se avessero trovato il giocatore mancante ovviamente. Il Compagno di Viaggio fremeva dalla voglia di prendere in mano la palla a spicchi, ma il nostro non era certo l’abbigliamento più adatto per cimentarsi in una partita vera: zaino, jeans e felpa, perfetti forse per percorrere le avenue della Grande Mela in un limpido giorno di settembre ma non certo per sfidare chi il campetto lo calpesta tutti i giorni… Nonostante io lo prendessi in giro ci eravamo però fermati lo stesso a guardare cosa sarebbe accaduto, le dita aggrappate alle maglie della rete del campetto in cui si stavano formando le squadre.

I giocatori erano tutti giovani, grossi e muscolosi, veri playgrounder, che si stuzzicavano e si prendevano in giro ancora prima di iniziare la partita.
Uno in particolare non smetteva di parlare e, proprio per questo, avevamo iniziato a prestare attenzione alle sue parole, pronunciate con quell’accento americano che sogno di avere da quando ho capito cosa significa parlare davvero una lingua straniera.
“Un ragazzo! manca un ragazzo? Chi viene a giocare?”
Era una cantilena e il giocatore che la ripeteva si muoveva agile per il campo molleggiando un poco sulle gambe, cercando l’ultimo uomo per formare il quintetto.
Nessuno sembrava però intenzionato a unirsi a loro per giocare quella partita.
“Hey guys! Come on!” ripeteva lui col suo slang tra una battuta e l’altra scambiata con i suoi compagni di squadra che noi però non riuscivamo a sentire.
Alto quasi due metri, pantaloncini larghi e lunghi fin sotto al ginocchio, una selva di capelli neri e la pelle lucida e scura come l’ebano sotto a cui guizzavano i muscoli da atleta, quel giocatore continuava a ripetere il suo invito.
All’improvviso dalla panchina dove stava osservando la scena si era alzato un uomo: cinquant’anni o forse di più, longilineo ma alto quanto l’altro, i capelli bianchi, tagliati corti, che contrastavano con il colore della pelle, un paio di jeans da lavoro e una felpa grigia.
Vuoi un ragazzo? Eccomi!” aveva detto solo.
L’altro, quello che stava reclutando, non l’aveva sentito. O forse aveva solo fatto finta di non notarlo. Noi invece l’avevamo guardato trattenendo una risata: aveva probabilmente più del doppio degli anni degli altri giocatori e non pareva per nulla uno che da mattina a sera stava ad allenarsi in un playground.
Ma quello aveva insistito e visto che nessun’altro aveva raccolto l’invito, alla fine proprio a lui era toccato entrare in campo.
Con un sorriso avevamo notato come, sotto alla felpa grigia nascondesse una maglia da basket, mentre, continuando ad indossare i jeans, prendeva posto in campo.
Un palleggio, un altro e la partita era iniziata.
Il ragazzo che prima parlava a macchinetta continuava a non star zitto, dimostrando notevoli abilità in quel trash talking che tanto va di moda nella pallacanestro americana L’altro, il “nonno”, non sembrava però scomporsi e lo marcava stretto: uno stop, poi un altro, un rapido indietreggiare in difesa e poi un contropiede verso il canestro avversario.
“Però sa giocare!” aveva esclamato il Compagno di Viaggio accanto a me.
Io che di basket non capivo nulla nemmeno allora ero rimasta a guardare incuriosita: tra gli altri giocatori quel signore di mezza età spiccava come non mai eppure non mollava, correndo avanti e indietro per il campo, passando la palla e perfino segnando, in silenzio, nonostante ad un certo punto sul suo volto fossero evidenti i segni della fatica.
Poi la partita era finita e i ragazzi si erano salutati, fermandosi a parlare ancora un poco mentre lui, il vecchio, aveva indossato nuovamente la sua felpa grigia e si era avviato da solo lungo la via.
Anche noi ci eravamo allontanati per ritornare alla scoperta della città, mentre a me tornavano alla mente le parole di una canzone che cantava mia madre tanto tempo fa …
“… Sotto il cerchio parve quasi di sentir le gradinate 
che tremavano e gridavano per lui 
ed anch’io battei le mani per quell’ultimo canestro 
mi sorrise ed in silenzio se ne andò 
il pallone sotto il braccio e se ne andò… 
(Il Pivot – C. Baglioni)
Francesca

Francesca

Inseguo sogni, guardo le nuvole, divoro pizza e mi meraviglio del mondo. Copy Writer e SMM freelence, amo le parole perché mi fanno viaggiare anche quando sono a casa. #traveller #mum #dreamer