Il bimbo viola del Ladakh

Visitare il Ladakh: la gente durante un viaggio nell’India buddista

Eccolo, ve lo presento: lui è il “bimbo viola” conosciuto, o forse dovrei dire sfiorato, in una strada durante il mio viaggio in Ladakh, remota regione dell’India a maggioranza buddista.

Ad essere onesti non so niente di lui – nemmeno se sia un maschio o una femmina – e il mio ricordo è tutto in questo scatto con quel faccino di cui mi sono innamorata a prima vista. Questo bimbo stava in una cesta poggiato per terra non lontano da un rigagnolo d’acqua dove la madre – o forse una sorella – stava lavando delle stoviglie mentre noi ci sgranchivamo le gambe prima di ritornare in macchina.

Si andava lenti sulle strade del Ladakh, spesso mulattiere con accanto un burrone  in cui giacevano le carcasse dei camion, monito costante a chi avesse avuto l’ardire di voler pigiare sul pedale dell’acceleratore e le nostre tappe erano scandite dalla stanchezza dell’autista, una ragazzino che non parlava una parola di inglese e di notte dormiva sui sedili della sua jeep.

Si procedeva piano tra i sobbalzi, nell’aria rarefatta che c’è a quattromila metri di quota, tra il blu cobalto del cielo e il grigio della roccia e qualcuno si lamentava di annoiarsi durante quei lunghi trasferimenti.

Io non mi annoiavo, pensavo.

Un viaggio in Ladakh è uno di quelli che ti porta a riflettere, anche se non hai fede, anche se la tua vita è impregnata di pragmatismo e di una materialità che sfida le vette delle montagne. Il Ladakh è la regione che non ti aspetti durante un viaggio in India, un contrasto tra i contrasti, una botta sul cuore e una carezza all’anima.

A quelle altitudini c’è poco da fare se non dare libero sfogo al pensiero (e scattare fotografie ovviamente!). Niente campo per i cellulari, l’elettricità a singhiozzo e la notte illuminata dalle stelle, con le strade delle città che al calar della sera diventano un nastro nero intervallato dalle chiazze di luce regalata dai generatori, dove si cammina con le torce per evitare di inciampare in un sasso o in un cane randagio.

Forse per questo quando è giorno osservi la gente. I loro lineamenti, la loro pelle bruciata dal sole e dal freddo, persone che paiono avere mille anni ma forse ne hanno solo qualcuno più di te. I monaci certo, con le loro tuniche di colori sgargianti, ma anche le famiglie, i bimbi e gli anziani che si riuniscono per la puja al tempio.

Difficile però riuscire a parlare con le persone del Ladakh, o almeno così è stato per me visto che nessuno parlava inglese e le interazioni si esaurivano in reciproci sorrisi, eppure alcuni di questi incontri, proprio come quello col bimbo viola, mi si sono incastonati nel cuore…

Come la proprietaria di un banchetto lungo la strada, che non avendo il resto che ci doveva insistette per darci al posto del denaro della verdura e la sua tenerezza nell’aggiungere ancora un paio di carote perché quelle che avevamo preso noi – ovviamente solo per pura cortesia visto che si trattava di pochi spiccioli – non bastavano a compensare le monete mancanti.

Ma anche come la commessa di una panetteria che si rifiutò di venderci ciò che le avevamo chiesto e di fronte alle nostre richieste di spiegazioni uscì dal negozio tornando poi con un’amica che, in un inglese stentato, ci spiegò che quei dolci erano del giorno prima e per questo motivo non voleva darceli.

O come il monaco incontrato in un tempio, che all’improvviso e senza nemmeno una parola mi prese le mani, compiendo non so quale rituale con tanto di “soffio” finale e grande sorriso di accompagnamento, lasciandomi frastornata e incapace di chiedere spiegazioni ma comunque felice perché mi hanno insegnato che una benedizione non si rifiuta mai e io sentivo di averne proprio bisogno.

Insomma, a me la gente del Ladakh è rimasta nel cuore, loro e le loro montagne dove a volte per camminare pare sia necessaria una bombola d’ossigeno ma dove il cuore ti batte forte ad ogni incontro. Un viaggio in Ladakh, sul tetto dell’India.

Francesca

Francesca

Inseguo sogni, guardo le nuvole, divoro pizza e mi meraviglio del mondo. Copy Writer e SMM freelence, amo le parole perché mi fanno viaggiare anche quando sono a casa. #traveller #mum #dreamer