Quelli della generazione “boh”, tra Kenshiro e Conan

Una delle cose che sono capitate quando abbiamo messo on line il nuovo sito sono stati i messaggi ricevuti. Persone che si sono prese cinque minuti per darci un parere o un consiglio e io ancora oggi mi stupisco di quanta bellezza c’è in chi ti regala il proprio tempo. Tra i tanti arrivati quello di una persona – dovrei dire una blogger ma lei è tanto altro oltre a questo – che mi ha scritto che, guardando le vecchie foto sul “chi siamo“, le pareva che io avessi cambiato marito.

Allora le ho guardate anche io: due foto di Roberto, una del 2010 e una del 2017. Sette anni, nel mezzo una vita.

Quando abbiamo scattato la prima eravamo a Mosca, lui avrebbe iniziato da lì a poco una nuova avventura professionale, dopo che la “very big company” in cui lavorava era crollata come un castello di carte sotto ai colpi della crisi. La seconda l’abbiamo scattata a New York al termine di 12.000 miglia di Coast to Coast e Roberto ora è uno startupper che si è rimesso in gioco dopo che l’azienda dove stava ha deciso di fare una delle tante riduzioni di personale possibili grazie anche al “mirabolanteJob Act .

[cml_media_alt id='2112']Roberto Patatofriendly[/cml_media_alt]
Roberto Patatofriendly

Sette anni. Nel mezzo un bimbo, un parto che ancora fatichiamo a dimenticare con annessi sei mesi di controlli neuropsichiatrici, un’azienda – quella dove lavoravo io – che, per usare un eufemismo, ha adottato una politica “non mummy friendly” al mio rientro dalla maternità e un cambio di vita radicale che ci ha visti diventare liberi professionisti. Sette anni che valgono per tre e infatti io ho risposto che in questi anni la nostra vita non solo è cambiata ma è anche stata stravolta e noi ne portiamo tutti i segni addosso.

Ma per la nostra generazione è normale. Perché noi siamo la generazione “del cambiamento”, quella che ha fatto tutto quello che gli avevano detto di fare e invece le cose sono andate in modo diverso, cambiate in corsa senza alcun preavviso. Quelli che hanno comprato a fatica una casa che ora vale meno del valore residuo del mutuo, che sulla carta decidere di continuare a studiare oltre le superiori era già un evento che da solo sarebbe bastato “a far tutto” e invece non è stato così.

Perché?

Perché boh. Perché il contesto è mutato, perché la vita va dove vuole lei e il boom economico non poteva durare per sempre, perché dopo quel maledetto 11 settembre nulla è più stato lo stesso.

Già perché noi siamo i figli degli Anni 80, quelli che hanno fatto “tutto per benino”: una laurea nei tempi giusti e col massimo dei voti, lo stage “perché bisogna fare esperienza“, il lavoro fino alle sette di sera che se esci alle cinque “hai preso mezza giornata di ferie” e il master qualche anno dopo “per tornare tra i banchi di scuola con una consapevolezza diversa“.

Eppure non è bastato a rendere il percorso liscio e senza intoppi.

Non è bastato, per noi come per tanti, perché in mezzo c’è stata una vita, fatta di “crisi economiche globali” che hanno cambiato le carte in tavola. Perché ve la ricordate quella del 2008? Quella che ha colpito il metalmeccanico come un tornado, ma anche tutto il resto.
Io sì, me la ricordo eccome: tutte le mattine guardavo il TG con la borsa in crollo e mi chiedevo se alla fine l’azienda di quello che di lì a poco sarebbe diventato mio marito si sarebbe salvata oppure no. E no, non l’ha fatto.

Eppure noi siamo la generazione che comunque ce la farà. Quella che si rimette sempre in gioco, perché altro non si può fare, quella che non ha il sedere parato (altro eufemismo…) e neanche il posto statale ma non molla lo stesso. Noi siamo quelli cresciuti a Conan e Kenshiro, le stelle di Hokuto le abbiamo tatuate sul cuore ma sappiamo anche che se ce l’ha fatta  un ragazzino da solo a sopravvivere in mezzo al delirio post terza guerra mondiale tutto è possibile. Noi abbiamo trascorso ore al pomeriggio dopo la scuola davanti a Mila e Shiro e a Holly e Benji, sappiamo che la vita può far male e che nemmeno una partita di pallone è così innocua come sembra, ma abbiamo anche imparato che lavorando sodo se ne esce sempre fuori, a costo di mettersi le catene ai polsi e calciare un pallone per ore contro le onde del mare.

[cml_media_alt id='12037']Visitare De Smet[/cml_media_alt]
Una delle frasi celebri di Laura Ingalls a De Smet

E allora niente. La nostra generazione è così e basta, pronti ad andare avanti perché alla fine è questo che bisogna fare. Pronti ad inventarci una nuova vita, che le idee non ci mancano. Perché forse ci mancano le sicurezze dei nostri genitori ma di certo non la voglia di fare e di mettersi in gioco. Primi delle nostre famiglie ad arrivare al fatidico traguardo accademico, niente spalle grandi a coprirci, la normalità di chi ha semplicemente una strada da tracciare e ha imparato a farlo da solo.

E se è vero che la fortuna serve sempre è vero anche che noi “degli anni 80” abbiamo imparato a “batterci come un moschettiere” e ad andare sempre avanti, trasportati dai sogni e dalla voglia di inseguirli.

E allora si va.

(Ah, per la cronaca al commento ho risposto che lui è l’unico è solo marito che vorrei e qui dico anche che sono molto ma molto orgogliosa di lui.)

Non smettere di sognare, solo chi sogna può volare
(Le avventure di Peter Pan)

10 commenti su “Quelli della generazione “boh”, tra Kenshiro e Conan”

  1. Ciao Patati! Anche io avevo messo in calendario di dare un’occhiata al vostro nuovo sito e mi piace davvero tanto : pulito, ordinato, chiaro e sincero, proprio come voi. Penso anch’io che dopo un po’ si senta l’esigenza di cambiare, proprio perché siamo noi i primi a essere cambiati, that’s right? Mi avrebbe fatto piacere incontrarvi al TTG per un saluto 😉 Sapete cosa? Mi ritrovo molto nel vostro post, nella percezione del tempo che non è sempre lineare nel corso della vita. Gli ultimi quattro anni sono stati per me come un cataclisma. Calmate le acque ciò che ti vedi intorno è completamente diverso, rivoluzionato. Sembrano passati decenni, tutta un’altra vita da accogliere e da vivere a pieno. Un abbraccio grandissimo e un salutone enorme! (comunque secondo me il cambio marito c’è stato) 😉

  2. Noi siamo quelli cresciuti a pane (industriale e confezionato) e utopia, quekli delle certezze crollate ma dai sogni grandi e si, hai ragione, abbiamo fatto ciò che ci dicevano andasse fatto e non è bastato, non per tutti. È bastato, però, per quelli come voi perché, in modo inaspettato, vi ha preparato a quello che siete e avete creato. Avanti tutta! P.s. Uniti nel cambiamento è la cosa più difficile ma anche la conquista più grande: complimenti!

  3. …Però la cosa più importante che volevo dirvi è che, anche se non posso fare un paragone col “prima”, io ora vi trovo fighissimi!

    È vero, sento la stessa cosa riguardo a questa nostra generazione. Siamo quelli che non hanno alcuna garanzia sul futuro, ma sai cosa rispondiamo noi da anni ai genitori angosciati per noi, che non concepiscono questo nostro modo di vedere le cose?
    Che in fondo la generazione anomala è la loro: l’unica ad essere cresciuta e invecchiata in un sistema che garantiva una cerata sicurezza sul futuro. quella precedente, dei nostri nonni, e indietro ancora fino all’inizio della storia dell’umanità, l’uomo ha sempre dovuto fare i conti con la precarietà della vita, del lavoro, ecc. Bastava una grandinata, un anno di siccità, e via indietro, una guerra, una epidemia e si perdeva tutto in un attimo.
    Sono loro quelli strani, noi abbiamo imparato a vivere come i nostri nonni, con le nostre forze.

    • Sai che hai ragione? Non avevo mai guardato la cosa da questo punto di vista, ma in effetti i 40 anni di crescita e stabilità che hanno profondamente cambiato l’Italia dagli anni 60 al nuovo millennio sono probabilmente una condizione irripetibile…
      Se penso che mio padre ha potuto fare per 40 anni lo stesso mestiere…penso… che fortuna! (dall’altro però penso anche… ma che noia!!!!)

      ps:
      Grazie mille per i complimenti! 🙂

      • Perfettamente d’accordo con Marta!!! E forse l’unico loro grosso sbaglio è stato quello di inculcarci in testa il colletto bianco, il posto fisso, la pensione …. come se fossero le uniche cose a dare la felicità.
        Io mi guardo in giro e vedo tanta gente rassegnata, quelle persone che ti dicono “è la vita, è così per tutti, così fanno tutti”… ma anche no!!! Avanti così ragazzi!!!

        • Eh ma Ale al posto loro forse noi non avremmo fatto lo stesso? In base alla loro esperienza quello ci avrebbe garantito protezione e tranquillità. Poi le cose sono cambiate. E ora… tocca a noi… Ma come dice Marta, in fondo è solo un ritorno…

    • Penso che i nostri genitori volessero per noi la sola cosa che vogliono tutti i genitori: proteggerci. Loro sono cresciuti con i racconti della guerra ancora ben vivi negli occhi di chi l’aveva combattuta, hanno cercato di creare qualcosa di diverso, hanno sperato (sognato?) sarebbe durato per sempre. Ma così non è stato.
      Poi siamo arrivati noi. Una scommessa, un atto di fiducia verso la vita (noi che siamo nati mentre l’Italia viveva una “guerra” silenziosa e intestina. Il mondo è cambiato o meglio, è tornato quello di prima come dici tu, e loro… forse hanno visto il crollo di un sogno…
      (e comunque questa cosa che “loro” sono quelli strani me la rivendo eh… 😉 )

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