Il viaggio come fuga dalla realtà e da se stessi

Per me per tanto tempo il viaggio è stato una fuga. C’erano pensieri che non volevo pensare, frasi che non volevo ascoltare, verità che non volevo vedere e respiri che non riuscivo a fare.

E allora partivo.

Viaggio come fuga da se stessi: perché?

Nel mio caso non era importante la meta, era la strada quella che mi interessava. Un moto che mi portava lontana da me stessa ad immergermi in un altro mondo e in un’altra vita.

Un movimento che mi permetteva di respirare finalmente, ma un’altra aria. Un’aria che – sentivo – era la mia. O almeno quella che avrei voluto per me. In quei momenti stavo bene, mi sentivo felice, mi sentivo veramente me stessa.

Almeno per un po’, fino al momento di tornare a casa.

Già perché i viaggi hanno sempre una fine e il ritorno ti riporta esattamente nella stessa situazione, che pare essersi cristallizzata in attesa del tuo ritorno. Non importa quanto tu sia stata lontana. Non conta nemmeno quanto tu sia stata felice. La routine – quella realtà da cui hai provato a fuggire – ti aspetta.

Fuga dalla routine, perchè viaggiare non è la vera strada…

Viaggiare per fuggire da una realtà che non sentiamo nostra non è, l’ho capito dopo, il vero modo di viaggiare. Ed è anche inutile. Forse all’inizio con te porterai un po’ del sole che arriva da lontano, ma poi l’effetto svanirà e allora non restano che due soluzioni: affrontare o partire di nuovo. In un ciclo di partenze e ritorni senza fine, in un tempo sospeso nell’attesa di quella nuova partenza e di quella valigia da chiudere.

Ogni tanto anche oggi è ancora così. Ogni tanto la tentazione di tornare indietro alle “vecchie abitudini” e pensare alla prossima partenza dimenticando l’oggi c’è ancora, forte fortissima. Ogni tanto oggi incontro gli occhi di quei viaggiatori in fuga, ne ascolto i racconti, ne vedo le autostrade dell’anima stampate sui loro biglietti aerei.

Li scruto e in loro vedo me stessa.

D’altronde forse è normale. Si dice che l’uomo fosse un animale nomade e un po’ di quel nomadismo forse ci è rimasto dentro. Quella fuga dall’inverno in arrivo, dalla siccità o dalla carenza di cibo in cerca di altre valli e pascoli lontani.

Forse è normale, talmente innato in noi che fino a non molti anni fa le giovani pazienti malate di isteria venivano mandate – udite udite – proprio in viaggio per guarire dai loro malanni. Forse è normale, in fondo, lo dicono tutti e lo dico anche io, la wanderlust esiste, ed è una dindrome, la Sindrome del Viaggiatore.

Quindi forse è normale.

Eppure oggi so che ogni ritorno è un tassello di passato che non si incastra, una mancata occasione per crescere – non invecchiare badate bene – solo una mancata occasione per diventare se stessi.

Questo vorrei dire a quel viaggiatore con lo zaino in spalla che ho incontrato oggi.

Questo vorrei dire alla piccola viaggiatrice dentro di me che oggi l’avrebbe supplicato di portarla con sé e pensare per un po’ solo alla strada e alla bellezza del viaggiare

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3 commenti su “Il viaggio come fuga dalla realtà e da se stessi”

  1. Viaggiare, anche se aiuta a fuggire dalla quotidianità e dai guai, non risolve i problemi. però può aiutare a trovare un altro punto di vista, a cambiare prospettiva, se si ha il coraggio di tornare.
    magari, per ripartire di nuovo e fermarsi dove si è scelto di restare.
    Perché parli di pezzetti di passato che non si incastrano?

    • Hai ragione il viaggio aiuta a cambiare punto di vista ma secondo me solo se si parte con l’intento di riflettere e trovare una soluzione non di dimenticare o estraniarsi per un po’. È a quello che mi riferisco quando parlo delle tessere che non si incastrano, per me spesso è stato così…

  2. quando li incontravo da ragazzo li ammiravo molto e gli facevo sempre tante domande, a quelli che avevano scelto di trascorrere la loro vita in viaggio…oggi invece, quando mi capita di parlarci, mi fanno un po’ di tristezza, come se non avessero ancora trovato il loro centro…

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